
Una domanda che non avrei voluto farmi
Lavoro ogni giorno con l’intelligenza artificiale. Con lei costruisco piattaforme, modelli e operazioni che fino a due anni fa avrebbero richiesto squadre intere e mesi di lavoro. La vedo crescere da dentro, settimana dopo settimana.
Eppure certe sere, chiudendo l’ennesimo progetto pensato per i prossimi vent’anni, mi sorprendo a farmi una domanda che non avrei mai voluto scrivere. E se stessimo costruendo un futuro che non avremo?
Non è pessimismo. Sono un sognatore, uno che cerca sempre una soluzione. Ma proprio chi passa la vita a guardare avanti si accorge per primo quando l’orizzonte si stringe.
Non una crisi: tutte insieme
Per decenni abbiamo affrontato le crisi una alla volta. La crisi finanziaria, la pandemia, la crisi energetica: ognuna aveva un inizio, un picco, un’uscita. Oggi non è più così.
Le guerre sono tornate vicine, e con loro la corsa agli armamenti. Il clima non è più una previsione: è l’estate che non finisce, la pioggia che arriva tutta insieme. E l’intelligenza artificiale avanza più veloce di qualsiasi regola provi a contenerla.
Ognuna di queste crisi, da sola, si potrebbe governare. Il guaio è che si alimentano a vicenda. Il clima moltiplica la scarsità, la scarsità moltiplica le tensioni, le tensioni spingono gli Stati ad armarsi.
E l’intelligenza artificiale entra in ogni passaggio: nella guerra, nell’informazione, nell’economia, nel lavoro. Non è una crisi in più. È l’acceleratore di tutte le altre.
Il filo è l’essere umano
Ecco il punto che mi inquieta di più. Non sono le macchine, e nemmeno le armi in sé. È che tutto questo è appeso a un filo, e quel filo è il giudizio di un essere umano.
E l’essere umano, oggi, è condizionato come forse mai prima. Viviamo dentro un flusso continuo di notizie, paure e rabbie, amplificate da algoritmi che premiano chi grida più forte. Decisioni che cambiano la vita di milioni di persone maturano in un clima che a volte appare assurdo, inspiegabile.
Abbiamo costruito strumenti potentissimi e li stiamo affidando a un’umanità stanca, impaurita e distratta. La tecnologia corre; la qualità delle decisioni non corre con lei.
La tentazione dell’Armageddon
Confesso un pensiero scuro. A volte mi chiedo se non sia davvero vicina una grande catastrofe, una specie di Armageddon che azzeri tutto e ci costringa a ripartire. Come se l’umanità, incapace di correggersi da sola, avesse bisogno di toccare il fondo.
Credo che in questi mesi lo stesso pensiero attraversi molte persone. Ma la storia lo smentisce. Le catastrofi non azzerano: distruggono, e il conto lo pagano soprattutto i più fragili.
Le grandi ripartenze non sono nate dalle macerie, ma da chi le aveva preparate prima. Le regole dell’economia del dopoguerra furono scritte quando la guerra non era ancora finita. In Italia, con le città ancora da ricostruire, uomini e donne di storie opposte si sedettero allo stesso tavolo e scrissero insieme la Costituzione.
Il dopo non nasce dalla catastrofe. Nasce da chi lo ha visto prima.
Ogni contratto trentennale è un atto di fede
Chi costruisce opere pubbliche conosce bene questa tensione. Un ospedale in partenariato pubblico-privato si regge su contratti di venticinque, trent’anni. Il piano economico-finanziario che lo sostiene presuppone che nel 2056 ci siano ancora pazienti da curare, un ente pubblico che paga il canone, una banca che esiste.
Ogni concessione trentennale è un atto di fede travestito da foglio di calcolo.
Ed è qui che trovo la mia risposta al dubbio. Se il futuro è appeso a un filo, costruire è il modo di renderlo più robusto. Un ospedale, una casa a canone sociale, un servizio che porta assistenza a un anziano solo: sono fili in più.
Non garantiscono il futuro. Lo rendono più probabile.
Ripartire prima
Non so se la grande catastrofe sia vicina. Nessuno lo sa davvero. So però che aspettarla per ripartire è la scelta più comoda, e la più pericolosa.
Vedere prima non serve a prevedere la fine. Serve a preparare il dopo e, quando si può, a evitare che la fine arrivi.
L’intelligenza artificiale può accelerare il disastro o la ricostruzione: dipende da chi la guida, e con quale coscienza. Le guerre si possono fermare, il clima si può rallentare, le tensioni si possono governare. Ma solo se qualcuno decide di farlo oggi, prima che sia la catastrofe a decidere per noi.
Non abbiamo bisogno di un Armageddon per ripartire.
Abbiamo bisogno di ripartire prima.